Eros Mellini – Discorso del 1° agosto 2014

Presidente, gentili Signore, egregi Signori, colleghi deputati in Consiglio nazionale, in Gran Consiglio e nei Municipi e Consigli comunali, care amiche e cari amici dell’UDC,

il 1° agosto è la festa nazionale, quindi non toccherò volutamente la politica cantonale, sebbene parecchio ci sarebbe da dire in proposito. Talmente tanto che un discorso esauriente in tal senso ci tratterrebbe qui almeno fino a Ferragosto, il che non credo sia né nelle vostre né tantomeno nelle mie intenzioni. Tratterò dunque un tema nazionale, ossia il pericolo concreto che la Berna federale riesca nell’intento di svendere quanto resta della Svizzera all’UE.
“Ciò che sta accadendo in Europa avrà delle ripercussioni per il nostro paese, per il nostro regime politico e forse comporterà una modifica della nostra Costituzione. Noi dobbiamo evolvere per adattarci alle condizioni della nuova Europa. Ma questa evoluzione dobbiamo attuarla da soli e senza copiare dall’estero”.
Quanta verità, ma anche quanta attualità, in queste parole che il Generale Henri Guisan pronunciò nel suo famoso rapporto del Grütli del 25 luglio 1940. Sono passati 74 anni, ma credo che se il generale Guisan fosse qui tra noi oggi, non cambierebbe una virgola del contenuto del suo discorso, nel quale c’erano naturalmente parole di conforto e di motivazione indirizzate all’esercito, e soprattutto alla popolazione svizzera, ma non mancavano delle critiche a qualsiasi atteggiamento disfattista e rassegnato, che provenisse dai ranghi militari che da quelli politici, un atteggiamento che purtroppo ritroviamo oggi in parecchi, troppi politici e partiti politici. Il generale riconosceva due forme di disfattismo: “Quello che mira apertamente a minare la forza di resistenza, e che è operato dai nostri nemici, esterni o interni e; quello che si esprime con questa affermazione: ”Possiamo fare quello che vogliamo, ma non resisteremo più di qualche giorno”.
Mi si dirà: “Ma allora c’era la guerra, le forze dell’Asse ci minacciavano…” Perché, forse che oggi non è in atto una guerra? Forse che alle forze dell’Asse non si è sostituita l’UE – di cui la Germania è la forza trainante come lo era nel 1940? Certo, oggi non è più un conflitto armato, si svolge ben più subdolamente a livello economico, politico e sociale, ma la minaccia è più attuale che mai. E se i nostri padri – motivati da Guisan – trovarono la forza di resistere quando in ballo c’era la vita loro e dei cittadini di questo paese, tanto più facile dovrebbe essere opporre resistenza oggi quando le eventuali conseguenze di una sconfitta sarebbero “solo”, fra virgolette, di natura economica. Ieri s’intravvedeva un’invasione che avrebbe provocato migliaia di morti, oggi ci si preclude l’accesso ai programmi di ricerca Erasmus e Horizon 2020, salvo poi trovare da parte UE degli escamotages per riammetterci, evitando così d’uccidere la gallina dalle uova d’oro. Già, perché non dobbiamo dimenticare che per questi programmi paghiamo ben più di quanto riceviamo, come del resto in quasi tutti gli altri settori nei quali abbiamo negoziato degli accordi bilaterali. E l’UE, i cui costi sono inversamente proporzionali alla sua utilità, è particolarmente sensibile all’argomento “denaro”.
E invece no, il disfattismo paventato da Guisan aleggia oggi ancor più di ieri. “Possiamo fare quello che vogliamo, ma non resisteremo più di qualche giorno…” Lo dicevano alcuni nel 1940 ma, se ben ricordate, molti di più lo dicevano nel 1992, per l’esattezza il 49,7% di chi andò a votare a favore dell’adesione allo Spazio economico europeo. Sono passati 22 anni che non solo hanno dimostrato il contrario, ma che hanno confermato come quella svizzera sia stata e sia tuttora un’economia ben più florida di quella dell’UE.
Le minacce hanno cambiato forma, dal conflitto armato si è passati alle sanzioni, ma l’obiettivo è sempre lo stesso, è dal 1291 che non cambia: togliere alla Svizzera la sua libertà, la sua indipendenza, la sua sovranità cominciando da quello che da ormai secoli è il baluardo a difesa di questi basilari valori: la democrazia diretta.
Ma il nemico da cui siamo chiamati a difenderci non è tanto quello esterno – in particolare l’UE e oggi anche gli USA – quanto quello interno, un fronte pericolosissimo di quinte colonne che agiscono direttamente nella Berna federale, in primis nel Consiglio federale, ma anche in Parlamento e nel Tribunale federale. E anche in questo settore, la più pericolosa non è l’estrema sinistra – per quanto anche lei non scherzi -, ossia socialisti, comunisti e verdi; no, è la ben più subdola sinistra moderata – formata da PLR, PPD, PBD e Verdi liberali – che si nasconde dietro un’etichetta sempre più fasulla di “partiti borghesi”. Ma, salvo una piccola minoranza ormai sopraffatta e che nei relativi partiti conta come il due di picche, questi di borghese non hanno più nulla. E infatti, regolarmente in Parlamento fanno passare le proposte dei socialisti, facendo loro ottenere delle maggioranze determinanti. Incuranti del fatto che le casse cominciano a piangere, e che il denaro per finanziare la socialità lo si deve spremere ai cittadini, sia con tasse mirate o con aumenti fiscali per coprire i deficit di questa politica dilapidatrice. Socialità sì, assistenzialismo esagerato e parassitario no. Questa deve essere la politica borghese, ossia di quella fascia della cittadinanza che più risente dell’onere fiscale. Ma l’unico partito ad attuare questa politica, oggi è l’UDC, ormai l’ultima alternativa liberal-conservatrice rimasta sul mercato politico svizzero. Il nostro partito non è a destra solo quando si tratta di combattere l’UE o Schengen, per tale atteggiamento non bisogna essere di destra, basta essere autenticamente Svizzeri. L’UDC è coerentemente a destra anche quando si tratta di limitare le spese – soprattutto eliminando gli sperperi – temi che, notoriamente, essendo impopolari possono far perdere qualche consenso elettorale. Il che non è poi nemmeno tanto sicuro: infatti, spendiamo talmente tanto in politica estera, degli stranieri e dell’asilo che, se cominciassimo a tagliare lì difficilmente perderemmo il sostegno di chi ci vota. Ma naturalmente non è “politicamente corretto”, chissà cosa direbbero l’UE, la Corte europea dei diritti dell’uomo, l’OSCE, l’ONU, la NATO e, probabilmente, anche la CISL, la UIL e la CIGL…
Vedete dunque, care amiche e cari amici, i pericoli per la nostra libertà, indipendenza e sovranità, che sono minacciate oggi come lo erano nel 1940, solo che si fa di tutto per banalizzarli – sono un “babau” evocato ad arte dalla maledetta UDC, cattiva, razzista e xenofoba – oppure dissimularli in un imballaggio più allettante – non si tratta assolutamente di adesione all’UE, si tratta solo di un ulteriore accordo bilaterale… Ma intanto, iniziative popolari di una ferrea logica come quella dell’espulsione dei criminali stranieri, vengono insabbiate e non applicate. L’applicazione del voto popolare del 9 febbraio? Non si può applicare, perché l’UE dice di no. Peraltro, Didier Burkhalter proclama che la decisione presa dal popolo in democrazia diretta non si discute. Però, nel contempo, ci si vuol fare tornare al voto per confermare la volontà di proseguire sulla via bilaterale. Si sottace astutamente che, dicendo sì alla via bilaterale – in particolare con l’accordo suicida sull’integrazione istituzionale della Svizzera nelle strutture dell’UE – la decisione del 9 febbraio si annullerà automaticamente: la libera circolazione delle persone fa parte dei bilaterali I quindi, in ottemperanza al dritto UE che l’accordo ci obbligherà a riprendere, non potrà essere abrogata.
Per questo abbiamo poc’anzi creato il Comitato ticinese di sostegno all’azione avviata da Christoph Blocher, “UE-NO”. Il popolo deve più che mai vigilare affinché la sua sovranità, e con essa la libertà e l’indipendenza del nostro paese, non venga sacrificata sull’altare di un sogno europeo che, mai come oggi, si sta rivelando una devastante utopia.
Stiamo dunque pronti a mobilitarci, quando sarà il momento, per salvaguardare il futuro prospero e libero del nostro paese. Dovremo affrontare un referendum e una campagna di voto d’importanza pari, se non superiore, a quella del 1992, grazie alla quale la Svizzera è oggi ancora libera e autonoma. Facciamo che tale rimanga per sempre. Ricordiamoci le parole di Guisan!

Buon 1° agosto a tutti, evviva la Svizzera, evviva il Ticino, evviva l’UDC!

Eros Nicola Mellini
Segretario cantonale UDC Ticino