Made in Ticino

“Grido d’allarme degli industriali” è il titolo con cui, in questi giorni, un quotidiano ha reso nota la preoccupazione del mondo economico per la situazione in cui versa il Ticino. Un grido d’allarme che fa temere il peggio per il nostro mercato del lavoro. Non starò certo a imbonirvi con il rituale discorso motivazionale, tra l’altro falso, che in cinese la parola crisi è composta da due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità. Personalmente di opportunità ne intravvedo ben poche e la tensione temo non tenderà a diminuire. Di chi è la colpa? Del franco forte alcuni ipotizzano, della presenza troppo massiccia di lavoratori frontalieri che sostituiscono i nostri sostengono altri, dell’avidità degli imprenditori concludono altri ancora. A mio parere di risposte univoche non se ne possono dare, nessuno di questi elementi, giusti o sbagliati che siano, sono in grado di spiegare la nostra attuale sofferenza. Ora, in questo breve testo, intendo soffermarmi e ragionare su una minuscola proposta che non incontra, purtroppo, il favore delle associazioni economiche, quella del marchio etico da attribuire ad aziende ticinesi attente al mercato del lavoro del nostro Cantone. Un Cantone dove i frontalieri, repetita iuvant, hanno raggiunto quota 64 mila unità con una vertiginosa progressione di quasi 20’000 nuovi lavoratori nell’ultimo quadriennio. Ebbene, almeno ai miei occhi, con le impietose cifre che ci ricordano quanti svizzeri e residenti sono in cerca di lavoro, un logo simile dovrebbe essere una proposta più che apprezzabile. Fatte salve sfumature e distinguo, dovrebbe essere qualcosa in grado di mettere d’accordi tutti. Dovrebbe e potrebbe rappresentare quel segnale che esistono, anzi sono la maggior parte, gli imprenditori con la “i” maiuscola. Quelli che non lasciano a casa gente del posto, creando un costo sociale, per sfruttare le derive della libera circolazione delle persone. E invece no, e giù a remare contro! Ricordo che oltre alla mia proposta c’è anche l’atto parlamentare del socialista Henrik Bang. E poi “Salviamo il lavoro”, dei Verdi. E vi sono già Comuni come Claro e Monteggio che hanno realizzato questi auspici. Non si potrà condividere tutto, ma la politica si sta dimostrando recettiva e sta partorendo proposte. Ha però bisogno di partner con cui intavolare discussioni costruttive. Quei partner, invece, preferiscono nicchiare e anche laddove si propone qualcosa di virtuoso, che in lingua italiana ha una connotazione positiva, non va loro bene, forse perché ancora indispettite dal fatto che quasi il 70% dei ticinesi abbia votato a favore dell’Iniziativa UDC contro l’immigrazione di massa e attenda con ansia di esprimersi su “Prima i nostri”. Tutti, in realtà, concordano sul principio “Azienda locale”, magari ob torto collo per non irritare troppo la gente, ma poi, non si tira mai in goal e si fa melina a centrocampo. Del resto, al marchio etico si oppone pure il nostro governo rossoblu, forse perché troppo impegnato a pensare a nuove tasse e balzelli, invece che chinarsi sulle soluzioni proposte da chi siede tra i banchi dell’opposizione. La verità è che la sostituzione di manodopera locale, tra cui, ricordiamo, ci son pure molti stranieri, con personale proveniente da Oltreconfine, fa comodo a troppi, e per motivi inconfessabili. Ed io che senza pudore dico che acquisterei volentieri i prodotti e i servizi forniti da ditte che hanno un occhio di riguardo per il nostro Cantone, magari preferendo lavoratori ticinesi e versando salari adeguati, non sarò mai in grado di individuarle e favorirle. Non potrò così sostenere queste imprese che mi stanno simpatiche e che godono della mia stima. Peccato, mi auguro che durante l’ultima sessione parlamentare si riesca a convincere il Gran Consiglio della bontà della nostra proposta e che il Cantone sia chiamato a realizzare questo marchio Made in Ticino per le aziende che desiderano dimostrare il loro attaccamento al nostro territorio non solo con le parole ma anche con i fatti.

Marco Chiesa
Deputato UDC