L’immigrazione è come l’acqua

Brutte notizie per la Svizzera. Pessime per il Ticino.
Un Cantone che ha puntato moltissimo su un cambiamento di rotta nelle nostre relazioni internazionali dopo il 9 febbraio. Un Cantone che vive quotidianamente sulla propria pelle cosa significa aver allentato le redini dell’immigrazione. Un Cantone che crede necessario contingentare l’ingresso degli stranieri sul nostro territorio e che ritiene di fondamentale importanza reintrodurre la preferenza ai residenti sul mercato del lavoro.

Insomma la presentazione delle 100 mila firma e nuova chiamata alle urne per affossare quanto deciso dai cittadini svizzeri un anno e mezzo fa, è certamente legittima, ma non solo non ci conduce certo fuori da un vicolo cieco anzi ci risprofonda in un baratro oscuro quando pensavano di poter intravvedere la luce. Noi, in questi mesi, aspettavamo qualche risposta a un problema, quello dell’immigrazione senza limiti, che sta tenendo banco in tutti i Paesi d’Europa. E pensare che proprio loro hanno la metà, o anche meno, degli immigrati che abbiamo in Svizzera. Ma il silenzio istituzionale è stato assordante.

Invece di risposte, noi promotori e sostenitori dell’iniziativa abbiamo dovuto digerire una sequela di accuse, minacce e proclami, sia interni che esterni al nostro Paese. Il fatto che il popolo svizzero abbia deciso di manifestare col voto, in maniera del tutto democratica, di non essere più disponibile a tollerare un’immigrazione incontrollata, ha dato fastidio. Molto fastidio. Quello che i tribunali della storia definiranno una delle migliori scelte dei cittadini svizzeri, alla stessa stregua del 1992 quando rifiutammo lo spazio economico europeo, ha tolto il sonno alle élites del nostro Paese. Gente che sostiene l’adesione della Svizzera all’Unione europea, da raggiungere per la strada maestra o perseguendola in maniera strisciante, personaggi disposti a barattare la reperibilità di manodopera al minor costo possibile per l’economia con padri e madri di famiglia residenti in disoccupazione, e pseudopatrioti che dell’identità del nostro Paese non se ne fanno certo un cruccio, sono rimasti di sasso il 9 febbraio.

Le prediche e le minacce dei salvatori della Patria, scesi in campo nel comitato d’iniziativa, non terrorizzano più nessuno. Lo scatenarsi delle dieci piaghe d’Egitto sul nostro Paese non fa più presa. Il tempo è stato galantuono. Perché l’immigrazione è come l’acqua, se ben canalizzata porta ricchezza e benessere, se la si lascia infiltrare nel terreno e non la si gestisce, di certo creerà frane, smottamenti e alluvioni. E così è stato.

A mio avviso questa raccolta firme è un esercizio che mette in luce la supponenza della crème del nostro Paese, seppur camuffato da democrazia diretta. Molti di questi benpensanti infatti sono convinti che i cittadini svizzeri non abbiano ben capito cosa stavano votando il 9 febbraio e dunque ritengono necessario richiamare questi patriottici sciocchini alle urne. Avete visto? Avete sbagliato strada. Pensano. Credevate di poter far di testa vostra, di poter imboccare un’altra via, quella dell’indipendenza e della sovranità nazionale.

Ma vi siete sbagliati di grosso. Siete di fronte a un vicolo cieco. Ora ci pensiamo noi a mettere le cose a posto. Al di là di questa mia libera interpretazione dello spirito che muove la raccolta firme, ciò che è certo è il fatto che la delegazione svizzera, nelle prossime settimane, sarà ancora più debole e inerme di fronte ai funzionari e i ministri dell’Unione europea. Già non pare abbiamo brillato per il polso fermo, ma ora che sulla materia del contendere pesa un’altra iniziativa, possiamo immaginare cosa ci stia aspettando dietro l’angolo.

Visto che il nostro è un Paese federale non ci rimane che sfruttare gli strumenti di cui disponiamo, anche a livello locale. Prima che ci tolgano anche quelli. Quindi, sarà bene che, in Ticino, i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi sull’iniziativa UDC “Prima i nostri”, in modo tale da ancorare immediatamente nella costituzione cantonale quanto deciso a livello federale. I fatti non devono lasciar dubbi su come la pensano i ticinesi.

Marco Chiesa, candidato UDC in Consiglio nazionale