Ticino, Cantone svizzero

Mi piace il pentathlon del boscaiolo. Ogni anno ci vado volentieri. Quest’anno c’erano molti politici, candidati come me. Ho stretto molte mani e parlato con molte persone. Di cosa? Il tema è sempre quello. Il lavoro. E la preoccupazione per quello che sta succedendo in Ticino. Non amo dare la colpa a qualcosa o a qualcuno. Sono convinto che l’impegno e la serietà premino sempre. Dunque qui non si tratta di giocare allo scaricabarile, non si tratta di trovare un capro espiatorio per giustificare la lombardizzazione del nostro territorio. Detto ciò non si può tollerare che il Ticino diventi più simile a una provincia d’Italia che a un Cantone della Svizzera. Chi incontro è però preoccupato per il suo presente e per il futuro dei suoi figli. Preoccupazioni che condivido in quanto anch’io mi pongo le stesse domande per me stesso e per i miei figli. E non perché mi occupo di politica la mia situazione é differente da quella di altri,come alcuni tendono a credere. Ho la fortuna, al contrario, di occuparmi di un settore in crescita, quello sociosanitario. Alcuni miei colleghi di studi, ancor oggi attivi ad esempio nel settore finanziario, mi hanno confidato che la mia scelta di dieci anni fa era azzeccata. Io l’avevo presa perché intendevo conciliare l’economia con la socialità. Ora scopro, a distanza di tempo, che anche laddove noi, da giovani laureati, pensavamo di trovar lavoro gettando le basi per far famiglia, tutto è cambiato. Il terziario si è fragilizzato e senza redini e limiti ha visto crescere in pochissimo tempo l’effettivo dei frontalieri. Persone che cercano, legittimamente, delle opportunità professionali che il loro Paese non gli offrirà mai. Persone che alla luce della terribile differenza di potere d’acquisto tra noi e l’Italia possono accettare salari molto inferiori a quelli che necessitiamo noi per vivere. E trovano imprenditori che tradiscono l’essenza stessa della parola. Datori di lavoro che non possono godere della stima dei cittadini ticinesi. Ma tutto questo lo sapete già. E sicuramente conoscete già le risposte che vorrei mettessimo in campo. In primo luogo la preferenza ai lavoratori residenti, sistema in vigore fino al 2007. Ma poi dobbiamo riflettere anche sulla futura economia del nostro Cantone. Vogliamo spendere dei fondi pubblici o facilitare l’ingresso di imprenditori di dubbia professionalità in Ticino? Penso di no. Penso sia più intelligente, molto più intelligente, riflettere su come possiamo ingrandire la torta del nostro Cantone perché ora stiamo difendendo, anche giustamente ai miei occhi, delle fette che tuttavia stanno inesorabilmente diventando sempre più piccole. E allora dobbiamo trovare dei nuovi indirizzi economici e aziendali. Sapere come intendiamo sviluppare questo nostro Cantone. Forse la soluzione sta nel mezzo. Un professore universitario, che gode della mia stima, mi confessava: “caro Marco, in questi anni abbiamo perso la gente di mezzo. Abbiamo abbracciato un’imprenditoria di stampo italiano e ora contiamo i feriti”. E allora mi ha convinto che proprio da li bisogna ricominciare. Da quelli che con l’artigianalità, la piccola innovazione, il lavoro sul terreno, la qualità del servizio, ti fanno vincere la partita. Quella che permette al Canton Ticino di rimanere uno spaccato di Svizzera e non una provincia d’Italia. Forse dobbiamo proprio ripartire da lì!

Marco Chiesa, Candidato UDC al Consiglio nazionale