Liberi e svizzeri

Vogliamo restare svizzeri ma essere liberi. Mi é sempre piaciuto questo motto anche perché ha fortemente marcato la storia e l’identità del nostro Cantone. Una rivendicazione orgogliosa e carica d’autodeterminazione che nella sua semplicità e fierezza è servita a un grande scopo; quello di rispondere per le rime alle pretese egemoniche della Repubblica Cisalpina.

Una Repubblica istituita nel 1797 dal generale Bonaparte con la malcelata volontà di unire in un solo Stato persone con la stessa cultura e la stessa lingua. Quindi tutti i territori svizzeri di lingua italiana, a sud delle Alpi, come avvenne d’altro canto con la conquista della Valtellina.

Il 15 febbraio 1798 anche a Lugano fu tentato un colpo di mano per annetterla. Dal resoconto del Landfogto Traxler sappiamo che i Cisalpini, partiti da Campione d’Italia, approdarono nei pressi della foce del Cassarate fra le 5 e le 6 del mattino. Ben presto irruppero a Lugano attraverso la porta di S. Rocco. Nonostante la strenua difesa da parte del Corpo dei volontari, i Cisalpini si spinsero fino al Grande Albergo, sede dei delegati svizzeri Stockmann e de Buman. Poco dopo gli invasori vennero sorpresi dall’insurrezione popolare. La nostra gente desiderava certamente l’indipendenza e la libertà, ma in seno alla Confederazione Elvetica. E quando si resero conto che la Francia intendeva annettere il Ticino alla neocostituita Repubblica Cisalpina, si espressero con decisione a favore del legame con la Svizzera. I ticinesi non volevano essere solo liberi, nel 1798 i Cantoni avevano dichiarato liberi i baliaggi italiani, ma anche svizzeri, “liberi e svizzeri”.

Solo qualche decennio dopo, i nostri antenati riuscirono a formare un Paese che sposasse tre culture diverse. Una Nazione nata da una comune volontà politica libera da imposizioni e sudditanze.

Questo dovrebbe farci riflettere. Soprattutto oggi. Io credo che nella nostra storia, nelle nostre radici e nel nostro orgoglio, i ticinesi e gli svizzeri possano trovare molte delle risposte ai temi caldi che fanno parte delle odierne agende politiche. Penso in particolare al ritiro della domanda d’adesione ancora depositata presso l’Unione europea, penso al coraggio di rinegoziare accordi bilaterali che mortificano i lavoratori residenti del nostro Cantone, penso ai rapporti con la Berna federale che troppo spesso attende che il problema diventi di portata svizzera prima di intervenire in favore di un solo Cantone, sebbene sofferente. Se guardassimo di più al passato, da dove veniamo, non discuteremmo neppure di crocefissi in aula, di minareti o di burqa. Altrimenti dovremmo pure ripensare al nostro vessillo nazionale, che porta una croce bianca su sfondo rosso, al nostro salmo svizzero o al preambolo della Costituzione che esordisce con in nome di Dio Padre onnipotente.

Le risposte a mio avviso sono chiare, volevamo essere e dobbiamo rimanere “liberi e svizzeri”.

Marco Chiesa, granconsigliere UDC e candidato al Consiglio nazionale