Una politica energetica affidabile

La posizione espressa poche settimane fa dal Consiglio degli Stati in merito alla politica energetica 2050 è da accogliere positivamente. Rispedire al mittente la decisione del Consiglio federale che, nel 2011, aveva deciso di abbandonare l’energia nucleare entro il 2034, è quanto di più appropriato si potesse fare. Anche perché non è segno di maturità politica, al di là di cosa si pensi del nucleare, cedere alle pressioni dell’emotività, come accaduto dopo il disastro di Fukushima.

Io sono il primo e nessuno credo possa dimostrare il contrario, essendo pure attivo professionalmente nel campo delle rinnovabili, ad essere favorevole all’impiego di energie alternative. Sono fermamente convinto che la Svizzera debba maggiormente puntare su tutto ciò che è rinnovabile e che debba favorire sotto diverse forme, sia il mondo economico che i privati intenzionati ad investire in questo settore. Incrementare la componente rinnovabile in rapporto alle altre energie, è in primo luogo un dovere nei confronti delle future generazioni e di un territorio che dobbiamo tutelare in tutti i modi.
Tuttavia, ritengo che la decisione del Consiglio federale del 2011 sia stata sbagliata e persino sconsiderata, non tanto negli obiettivi, quanto nei mezzi e nella tempistica. Difficilmente, quando si prendono decisioni di pancia sull’onda dell’emotività, si digerisce quanto ingurgitato.
Oggi, sappiamo che una vera e propria alternativa tecnica al nucleare, fatta eccezione (peraltro in parte) per l’energia idroelettrica, non esiste. Tanto è vero che la cosiddetta ”energia di banda” che deve garantire una quantità d’energia elettrica sufficiente a colmare i consumi minimi, sino ad oggi è stata in buona parte prodotta proprio con la tecnologia nucleare. Tecnologia che, a livello di emissioni di Co2, ha un impatto nettamente inferiore ad altre sorgenti, quali il carbone, ma di cui ancora in troppi si servono con disinvoltura.
Certo, lo sappiamo tutti: il problema dello smaltimento delle scorie (che non è certamente qualcosa di secondario) è lungi dall’essere risolto e nessuno, inutile girarci intorno, andrebbe a vivere in prossimità di un deposito di scarti nucleari. Ma se l’atomo dovesse essere totalmente abbandonato a breve, e non solo ridimensionato, significherebbe fare in modo che il problema rimanga irrisolto per sempre, visto che i tecnici non si potrebbero permettere di chinarsi sulla questione, e rinuncerebbero a studiare soluzioni in grado di fornire soluzioni.
Chinarsi sul problema dell’approvvigionamento energetico nella prossima legislatura sarà tutt’altro che un lusso. E solo quando saremo sicuri di non dipendere dall’energia prodotta all’estero, solo quando saremo sicuri di non penalizzare economicamente le famiglie e le aziende, solo quando saremo sicuri di poter riorientare la politica ambientale, solo allora potremo chiamarci fuori dall’atomo.
Piero Marchesi, Candidato UDC al Consiglio Nazionale