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Uno scandalo che lascia tutti indignati e senza parole e che ci interroga sul senso, sul ruolo e i limiti dello Stato.

Abusi sessuali nei confronti di tre ragazze nell’amministrazione cantonale (Dipartimento della Sanità e della Socialità, DSS). Uno scandalo che lascia tutti indignati e senza parole e che ci interroga sul senso, sul ruolo e i limiti dello Stato.

Ho preso atto dello scandalo con un misto di sconforto e di irritazione rispetto ad un’amministrazione pubblica inerte e insensibile nonché arroccata su una patetica autodifesa. Non mi sorprende quindi la violentissima reazione dei media. Un meccanismo psicologico dovuto al fatto che qui è stato violato un tabù, un limite invalicabile che nessuno può permettersi di misconoscere pena l’allontanamento dal consorzio umano. Purtroppo però questa giusta reazione da parte della gente appare monca perché nel concentrare il fuoco sacro dell’indignazione sulla figura del reo si trascura il fatto che è venuto a mancare il senso di responsabilità delle nostre Istituzioni. Insomma, fino ad ora si è visto unicamente un pavido scaricabarile e una passività imbarazzante da parte di chi non poteva non sapere, di chi avrebbe dovuto vegliare, supervisionare, farsi garante. E la reazione esasperata della gente è doppiamente motivata. In primis a seguito dell’indignazione di fronte ad abusi e manipolazioni del più forte nei confronti del più debole – di colui, cioè, che deve essere sempre difeso e tutelato perché ciò è vitale per il suo divenire e la sua salute mentale. Inoltre per il fatto che il cittadino si sente ingannato per il fatto che proprio lo Stato, le Istituzioni – che dovrebbero in primis assicurare e garantire il rigore, la giustizia, la correttezza, la tutela e la responsabilità etica e morale – proprio loro, siano complici, collusi e/o coinvolti in questo tipo di vicende. Bisogna peraltro qui anche rettificare un concetto riportato erroneamente dai media. Nella fattispecie non si dovrebbe usare il termine pedofilia ma, piuttosto, parlare di perversioni. Ma la cosa che più preoccupa è però il fatto che superiori e colleghi sembra non volessero vedere e prendere coscienza della gravità dei fatti, e di fatto non mossero un dito. Una pesante mancanza di consapevolezza piena questa, un gap etico/morale, ma anche atteggiamenti pavidi, che siano o no legati a complicità o al timore di ritorsioni e colpi di coda. In una parola una mancanza di autorevolezza, che è intimamente legata alla personalità, parallelamente ad una mancanza di conoscenze e preparazione, a sua volta legata ad una formazione specifica carente se non addirittura assente. Evidentemente il quadro generale in cui si inserisce questa squallida e preoccupante vicenda si presta a forme di sfruttamento per fini elettorali. Il PS ne uscirà necessariamente danneggiato, a meno di una tempestiva, chiara e decisa presa di posizione, senza scuse e senza “annacquare il vino”. Per quanto attiene, poi, all’autosospensione di Ivan Pau-Lessi ritengo ciò un gesto opportuno ma, purtroppo, tardivo e fors’anche obbligato. infine il dettato del giudice Villa, il quale ha chiesto scusa alle vittime a nome di tutti i ticinesi. Un gesto, questo, pienamente condivisibile e necessario. L’unica persona che in tutta questa vicenda si salva e ci dà un po’ di speranza e al quale va il plauso della gente comune. Di tutti noi e del mio sicuramente.

Dr. med. Orlando Del Don, candidato UDC in Gran Consiglio

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