Editoriale

Ma non possiamo chiamarli Bilaterali!

Per oltre cinquant’anni, i rapporti tra Svizzera e Unione europea – così come con il resto del mondo – si sono fondati su accordi di natura equivalente. Il principio era semplice: riconoscimento reciproco, nessuna delle due parti poteva obbligare l’altra a legiferare in un certo modo, nessuna gerarchia. È così che nacque l’Accordo di libero scambio del 1972 con la CEE e, più tardi, i Bilaterali I e II: cooperazione tra pari, non integrazione.

Con il nuovo pacchetto di accordi, invece, si cambia paradigma. L’obiettivo non è più l’equivalenza, ma la conformità alle norme europee. Non sono più le regole svizzere ad avere valore determinante: lo sono quelle dell’UE. Questo passaggio dall’equivalenza all’integrazione implica che l’UE possa de facto decidere anche per la Svizzera. È esattamente per questo che l’UDC parla apertamente di un accordo di sottomissione.

Finora ogni disposizione europea veniva adattata e trasferita nel diritto svizzero tramite un processo legislativo interno, con il Parlamento al centro della decisione democratica. Con il nuovo modello, invece, gli atti giuridici UE diventano automaticamente integrati: valgono in Svizzera senza più passare dal Parlamento. Pagine e pagine di norme che non verrebbero nemmeno pubblicate sul Foglio federale ma consultate su portali europei come EUR-Lex. Si tratta quindi di un trasferimento di competenze legislative dagli organi democratici svizzeri a quelli europei.

La responsabilità dell’attuazione ricadrebbe poi sul Consiglio federale, che diventa esecutore di norme prodotte altrove. Si introduce così un nuovo livello istituzionale sopra Comuni, Cantoni e Confederazione: la Commissione europea. Un livello che non trova alcun fondamento nella Costituzione, ma che avrebbe comunque effetti vincolanti.

Il ruolo della partecipazione democratica si ridurrebbe drasticamente: la Svizzera potrà “partecipare” al processo legislativo europeo solo tramite esperti – funzionari, tecnici, burocrati – senza consultazioni formali, senza obbligo per l’UE di considerare le opinioni raccolte.

Il Consiglio federale parla ora di “Bilaterali III”, ma in realtà, lasciando da parte gli slogan di marketing di entrambe le parti, siamo di fronte a degli Accordi di integrazione I.

In un periodo in cui lo Stato cresce su tutti i livelli con più costi, burocrazia e imposte, introdurre anche un quarto livello istituzionale sovranazionale significa complicare ulteriormente un sistema già complesso. L’idea che ciò porterebbe “certezza del diritto” appare più un’illusione che una prospettiva realistica.

I vantaggi a lungo termine sono tutt’altro che garantiti: il tribunale dell’UE può modificare in ogni momento le condizioni quadro, e non tutti gli Stati membri applicano le regole con la stessa coerenza con cui lo farebbe la Svizzera.

In fondo, la domanda è semplice: come proteggere il nostro federalismo, la nostra democrazia diretta, il nostro modello istituzionale – se le decisioni cruciali verrebbero prese altrove?

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UDC Municipale, Vicepresidente cantonale (TI)
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